associazione per la cultura e le tecnologie dell'ambiente e della sicurezza
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La crisi è un freno per lo sviluppo sostenibile?
Come sempre in tempo di crisi si diffonde l'idea che lo sviluppo sostenibile sia un lusso mentre è invece importante applicare lo sviluppo sostenibile in tutta la sua estensione, inclusa quella sociale, perché è un aiuto concreto in tempi di difficoltà

Crisi e sviluppo sostenibile
I periodi di crisi sono sempre momenti in cui la preoccupazione, il panico o anche semplicemente la cautela prendono il posto della programmazione e dell'organizzazione. E questo vale per i privati come per gli stati o le imprese.

Come d'abitudine, dunque, anche di fronte alla crisi attuale sta già serpeggiando l'idea che lo sviluppo sostenibile sia un lusso per i tempi di vacche grasse. È quindi particolarmente importante riportare proprio in questo momento l'attenzione su dei principi che non soltanto sono sempre validi ma che addirittura possono offrire un aiuto di fronte alle difficoltà del periodo.

Ma è necessario anche fermarsi un momento a riflettere per riprendere le fila di un discorso, quello dello sviluppo sostenibile, che tra tante parole e commenti di questi ultimi anni rischia di sfilacciarsi in idee vaghe ed erronee.

Innanzitutto bisogna eliminare il luogo comune che vuole che per sviluppo sostenibile si intenda "ecologia". In realtà l'aspetto della sostenibilità ambientale di un'impresa è solo una delle tre ramificazioni del concetto. Fin dalle sue origini in occasione del Summit delle Nazioni Unite di Stoccolma del 1972, infatti, lo sviluppo sostenibile è stato concepito come un'idea allargata capace di coinvolgere i vari aspetti dell'attività umana. La definizione data nel 1987 dalla Commissione Mondiale sull'Ambiente e sullo Sviluppo nel Rapporto Brundtland 1 è: "uno sviluppo capace di rispondere alle necessità delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future a rispondere delle loro. Due concetti sono inerenti a questa nozione:

  • il concetto di 'bisogno' ed in particolare dei bisogni essenziali dei più deboli ai quali si deve dare la priorità massima,

  • l'idea della limitazione che lo stato delle nostre tecniche e della nostra organizzazione sociale impone sulla capacità dell'ambiente a rispondere ai bisogni attuali e futuri".

Necessità che, appunto, ricoprono tutti gli ambiti della nostra esistenza che comprendono certamente il rispetto dell'ambiente ma anche il progresso sociale e l'efficienza economica. Sviluppo sostenibile, infatti, non significa soltanto riciclo dei rifiuti o risparmio energetico ma una più complessa ed articolata gestione dei rapporti umani capace di garantire un'esistenza equilibrata a tutti, l'eliminazione delle differenze, l'equalizzazione tra nord e sud del mondo.

Perchè questo lungo discorso? Perchè questa concezione completa di sviluppo sostenibile entra poi anche nelle imprese, anzi soprattutto nelle imprese, ed anche in questo caso non riguarda soltanto fonti energetiche ed approvvigionamenti ma anche sicurezza e salute sul lavoro, nel suo senso più lato ovvero non soltanto preoccupandosi della sopravvivenza ma anche della qualità della vita al lavoro, riduzione delle differenze, che siano legate al sesso o alla provenienza o alla religione, una organizzazione dei rapporti interni che porti a considerare i lavoratori non come una semplice risorsa (più o meno come le materie prime) ma come una vera e propria parte dell'impresa stessa. Ciò che propone lo sviluppo sostenibile alle imprese, quindi, è di non gestire come un conflitto i rapporti tra dirigenza e lavoratori ma come una collaborazione ad una crescita sostenibile per l'impresa stessa e per gli stakeholder, ovvero tutte le persone in qualche modo collegate in maniera diretta o indiretta ad essa.

È partendo da questi principi che la sicurezza e la salute sul lavoro diventano non più un obbligo di legge da assolvere nella maniera meno fastidiosa possibile ma una vera e propria cultura che necessita un impegno reale dell'impresa.

Ed è sempre partendo da questi principi che sono nati il concetto di Responsabilità Sociale dell'Impresa (RSI) e le varie "Carte" e certificazioni atte a documentarla.

Aderire ai principi della RSI significa dunque non appiattirsi in una autolesionistica corsa verso il basso (qualitativo e lavorativo) ma al contrario impegnarsi per un miglioramento reale di tutti questi aspetti della vita di un'impresa.

In molti paesi europei la RSI è già un obbligo di legge (il Bilancio Sociale delle Imprese, nato nel 1950 negli Stati Uniti è obbligatorio in alcuni paesi quale per esempio la Francia dove deve essere pubblicato annualmente da tutte le imprese che superano i 300 dipendenti), laddove nella maggior parte degli altri è un impegno diretto delle aziende.

Questo lungo riassunto di concetti forse già abbastanza chiari a tutti, per ritornare al perché lo sviluppo sostenibile e la RSI sono importanti proprio in momenti di crisi.

Perché un'impresa che abbia scelto di porre alla base della propria gestione questi principi ha in realtà molti vantaggi rispetto alle altre.

Innanzitutto una migliore e più efficace organizzazione del lavoro e del benessere dei lavoratori aumenta la qualità del prodotto oltre che la produttività. Una migliore gestione delle risorse e delle scorie in relazione al rispetto dell'ambiente permette considerevoli risparmi. Entrambi aspetti che conducono ad una maggiore qualità e conseguentemente anche ad una maggiore concorrenzialità.

Inoltre la sensibilizzazione a livello sociale non soltanto ha cambiato la mentalità delle aziende quando sono esse stesse ad essere acquirenti ma anche quella dei loro clienti che attribuiscono un valore importante alla qualità dell'azienda e del prodotto. Tutti aspetti che permettono all'azienda di confrontarsi su un livello più alto e quindi di affrontare la crisi in migliori condizioni.

Tutto ciò è già stato ampiamente evidenziato in questi ultimi anni, in particolare in alcuni paesi del Nord Europa particolarmente impegnati su questo fronte, così come in Italia anche se qui si evidenziano alcune differenze di tipo informativo/culturale.

Uno studio di SNFIA (Sindacato Nazionale Funzionari Imprese Assicuratrici ) ha dato un risultato estremamente significativo. Da una ricerca sull'etica è emerso che se è vero che un'alta percentuale di cittadini europei (il 58% - il 64% in Italia) ritiene che il mondo economico non dedichi sufficiente attenzione alla responsabilità sociale, è significativo che tra questi stessi cittadini solo il 25% (in Italia ancor meno, solo il 20%) considera molto importante nella scelta dei propri acquisti l'impegno e la responsabilità sociale dell'azienda produttrice e che per il 44% (attenzione però al dato dell'Italia: solo il 16%) è disposto a riconoscere un valore maggiore a questi prodotti, accettando un prezzo più alto. Si evidenzia quindi una richiesta di maggiore etica che però, per quanto riguarda gli italiani, rimane più ancorata ad una richiesta generale che ad un serio impegno personale. Anche in Italia, però, le cose stanno rapidamente cambiando e la richiesta di etica è sempre più elevata.

Proprio per questo, quindi, bisogna che le imprese facciano molta attenzione: non sono tempi adatti ai furbi e ai trasformisti. L'attenzione dei consumatori è più elevata di un tempo e l'informazione più diffusa. Un'impresa deve rendersi conto che non basta "comprarsi" un'etichetta per potersi fregiare dell'immagine di impresa responsabile. È proprio qui la sfida, sviluppo sostenibile e responsabilità sono principi da prendere sul serio, con un impegno quotidiano perchè la penalizzazione quando i piccoli "trucchi" o travestimenti vengono svelati è altissima.

C'è molto spazio anche durante una crisi per le aziende attente allo sviluppo sostenibile ma non per i lupi vestiti da agnelli!

 

(Foto: Ambro/FreeDigitalPhotos.net)

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