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Morire di lavoro
Ma l’ultimo film di Daniele Segre è anche un percorso alla riscoperta della cultura della sicurezza e dell’orgoglio del proprio lavoro
Immagine dal film
Si è conclusa a febbraio 2008 la lavorazione di 'Morire di lavoro' l'ultimo film di Daniele Segre, regista da sempre rivolto alla realizzazione di un cinema che guarda alla società con le sue difficoltà e i suoi drammi. Le prime uscite del film sono state impegnative perché rivolte alle più alte istituzioni: la prima si è tenuta infatti alla Camera dei Deputati e successivamente è stato proiettato a Strasburgo al Parlamento Europeo. Uscite impegnative per un film che affronta un tema difficile analizzato non soltanto attraverso i drammi ma anche attraverso le difficoltà del lavoro nel mondo dell'edilizia e l'orgoglio del proprio lavoro da parte di chi opera in questo settore. Per raggiungere più da vicino il mondo di cui parla l'opera è stata realizzata con la collaborazione del Sindacato Costruzioni CGIL e con il sostegno del Piemonte Doc Found. Il regista è in questi giorni in giro per l'Italia per presentare e far conoscere l'opera, confrontandosi così con il proprio pubblico. Noi l'abbiamo raggiunto per qualche domanda.

Il tema della sicurezza in questo momento è al centro dell'attenzione dei media, ormai si parla di sviluppare una cultura della sicurezza. Cosa può fare il cinema per facilitare lo sviluppo di questa cultura?

Io credo che il cinema, rispetto alla cultura della sicurezza, possa fare molto e questo è il motivo per cui ho deciso di fare questo film, 'Morire di lavoro', per offrire all'attenzione uno stimolo forte adeguato per riflettere, per andare avanti con un'azione di educazione, di formazione, di prevenzione. La questione della sicurezza io ritengo sia una questione culturale che deve accompagnare una persona nella sua crescita fin da quando è piccolo. Quando è bambino è protetto dalla mamma che gli insegna che il fuoco è pericoloso, che non bisogna camminare sul ciglio della strada etc. Questo percorso di formazione e di educazione alla prevenzione dovrebbe continuare in modo che i giovani formatisi, nel momento in cui si affacciano al lavoro, abbiano gli anticorpi giusti per confrontarsi adeguatamente, per preservarsi e per garantirsi un futuro migliore.

In particolare, nel suo film, lei coinvolge non soltanto attori professionisti ma anche persone che purtroppo sono state interpreti concreti, reali di questi drammi.

Gli attori sono in minima parte professionisti, sono solo tre. Sono solo voci fuori campo che interpretano lavoratori morti che raccontano come sono morti. Ho ritenuto necessario dare voce anche a coloro i quali non potranno mai raccontare come sono andate le cose e verso i quali non c'è stato neanche il rispetto, nelle notizie dei giornali radio, del nome e del cognome. In questo caso ho ritenuto,come contrappunto adeguato, di offrire allo spettatore anche una riflessione di chi non è più tra noi perché ha avuto un incidente mortale nel luogo di lavoro.

E il pubblico come reagisce?

Diciamo che sto vivendo un viaggio per l'Italia, almeno dove io ho potuto incontrare il pubblico e assistere alle proiezioni, con incontri veramente molto intensi, emozionanti. Reagisce in modo molto adeguato. Il film riesce per fortuna ad agganciare lo spettatore e ad accompagnarlo in questo viaggio che non è solo un viaggio che racconta la morte ma racconta l'orgoglio, l'orgoglio per il proprio lavoro, tutto quello che comporta il mestiere delle costruzioni, perché il film racconta il mestiere delle costruzioni, dell'edilizia. Sono presenti le storie relative alla sicurezza ma si riesce  anche a capire come è fatto questo lavoro, come si fa questo lavoro, per avere anche degli elementi più approfonditi di conoscenza e non basati solo su quella parte cosiddetta drammatica che la televisione fa diventare scandalistica.

Quindi non parla solo al cuore ma anche alla testa

Assolutamente. L'obiettivo è la testa, la sensibilizzazione, la maturazione della consapevolezza, del valore della responsabilità: questo è il motivo per cui ho fatto il film, stimolato un po' dalla mia indignazione. Ho deciso che questo era un film che dovevo fare e l'ho fatto. Comunque qualunque problema io abbia incontrato per poterlo realizzare, al punto che poi ho deciso di produrmelo da solo con la mia società 'I cammelli', ho avuto la straordinaria collaborazione logistica e organizzativa della FILLEA CGIL, il sindacato delle costruzioni della CGIL, che mi ha messo nelle condizioni di incontrare più lavoratori e molti familiari di lavoratori scomparsi.

Il film è stato presentato presso importanti istituzioni tra le quali il Parlamento Europeo a Strasburgo

Prima c'è stata la Camera dei Deputati e circa un mese dopo è stato proiettato al Parlamento Europeo a Strasburgo in una audizione sul caso ThyssenKrupp di Torino.

E come è stato accolto?

Positivamente. Diciamo che sul piano della sua funzione di strumento attivo di comunicazione penso che stia assolvendo bene il suo compito ed è chiaro che il risultato, in termini di semina, lo si potrà vedere più avanti,  se questo viaggio iniziale riesce poi a stimolare per poter poi costruire un vero e proprio radicamento del prodotto film nel territorio. Mi auguro che si possano creare delle condizioni perché le istituzioni locali adottino il film, lo distribuiscano nelle scuole del territorio e allora si può produrre quella questione che è stata oggetto della sua prima domanda. Altrimenti diventa solo, come dire, qualcosa che agli spettatori che incontra dà sì lo stimolo vitale ma per produrre poi quella cultura bisogna che ci sia la collaborazione di chi gestisce l'attività culturale nel territorio, in modo che ci sia la possibilità di diffonderlo in modo strutturato, organico e come uno degli strumenti di appoggio all'attività che normalmente si dovrebbe fare in questo settore.

A questo proposito le volevo chiedere quali problemi incontra con la distribuzione, perchè la distribuzione cinematografica, ultimamente, sembra interessata solo a prodotti molto leggeri, non al cinema impegnato.

E' un problema al quale, da quando io ci sto come regista, sono abituato. Dirigere cinema è durissimo. Il film viene distribuito dalla mia società, come la mia società l'ha prodotto, e stiamo affrontando un impegno veramente straordinario perché le richieste stanno arrivando da tutta Italia. Però abbiamo le ostruzioni dei canali tradizionali, quelli che producono l'anticultura, quotidianamente e quelli ci hanno fatto, e ci stanno facendo, un'ostruzione abbastanza complicata. Ma fa parte del gioco. Nel senso che purtroppo è così, io ci sono abituato, il mio cinema ha sempre affrontato questioni sicuramente importanti ma in un tempo di rimozione e camuffamento queste questioni sono troppo forti. La televisione che imbastardisce tutto diventa giocoforza la cultura dominante che poi produce i misfatti. Ci troviamo di fronte a difficoltà grosse, molto grosse, ma non insormontabili. Grossi erano i problemi che ho incontrato quando ho deciso di fare i film che ho sempre fatto. Per la distribuzione i problemi sono tanti ma lo stiamo diffondendo in giro per l'Italia e quindi anche questo è fatto. E' stato al Parlamento, sta sensibilizzando l'opinione pubblica, dove possibile, l'unica che manca per ora all'appello, e sarebbe fondamentale, è la televisione. Il servizio pubblico italiano dovrebbe dedicare un'intera serata a questa questione, utilizzando anche il film, ma su questa questione proprio non ci sentono malgrado le sollecitazioni del presidente della Camera, dell'associazione Articolo 21, Uniti a sinistra. E' una situazione molto complicata rispetto alla comunicazione in generale.

Tra l'altro ciò sembra avvenire ignorando quello che in realtà è l'interesse del pubblico. Lei che sta girando nelle città italiane se ne renderà conto anche meglio. Quando ci sono quelle rare occasioni il pubblico accorre sempre interessato...

Assolutamente sì. Le dichiarazioni che io sto ricevendo sono appassionate e anche di grandi, grandi, ringraziamenti nei miei confronti che a volte mi emozionano. Però il problema è che c'è una tale arroganza nella comunicazione, nella cultura dominante, che decidono loro cosa dobbiamo vedere, pensare, e tutto quello che, tra virgolette, è diverso:  e qui, le assicuro, non c'è niente di diverso se non la restituzione del diritto di parola ai lavoratori che io ritengo una cosa assolutamente sacrosanta e dovuta perché è un diritto di parola che si riconquista sul sangue versato. E' una cosa veramente tragica e non è una bella immagine del nostro paese, anzi lo squalifica ancora di più. Invece il servizio pubblico continua a mantenere una linea che manca di rispetto a coloro che oltretutto pagano un canone per avere un rispetto, un nutrimento culturale e questo ormai da tanti troppi anni si sente. C'è un degrado inquietante che poi si riflette sui comportamenti ma questo rientra in una strategia ben chiara e precisa, appunto, della rimozione e del camuffamento. E' una cosa che lascia molto a disagio. Siamo un paese destinato, anzi è già in corso, ad un processo di annientamento della memoria, in tutti i sensi, e questo è una cosa grave perché poi si rifletterà sul futuro del nostro paese, anche in termini di prospettiva democratica. Queste testimonianze dovrebbero essere un patrimonio nazionale perché è da lì che bisogna ripartire a riflettere su un qualcosa che è un segnale molto brutto per il nostro paese, che in realtà è solo il giochetto dei talk show televisivi, i luna park dell'orrore. C'è stato Garlasco, c'è stato Cogne, adesso c'è la ThyssenKrupp. Gli inserzionisti pubblicitari pagano anche per questa pubblicità mortuaria,  siamo in un paese dove si vende la candeggina anche sul sangue dell'operaio e questa è una cosa insopportabile, sinceramente.

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