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L'accordo imperfetto di Durban
Diverse sono le interpretazioni dei risultati del vertice di Durban che si è concluso dopo una seduta fiume di 36 ore con la firma di un accordo “imperfetto”, come è stato definito da Maite Nkoana-Mashabane, ministro degli Esteri sudafricano e presidente dell'assemblea. Imperfetto perchè rappresenta comunque un compromesso ma significativo in quanto costituisce un passo in avanti negli accordi multilaterali

Min Maite Nkoana-Mashabane, presidente  COP17|CMP7 - Foto: Unati Ngamntwini
Min Maite Nkoana-Mashabane, presidente COP17|CMP7 - Foto: Unati Ngamntwini
È bastata una sequenza di due stagioni anomale a fila perchè nell'opinione comune quel cambiamento climatico che fino al giorno prima veniva comunemente negato con argomenti non propriamente scientifici, diventasse invece non soltanto reale ma drammatico! In realtà non è certamente una stagione più piovosa o meno nevosa in sé ad indicarci il cambiamento. Ben altri e ben più gravi avvenimenti lo evidenziano.

Resta il fatto che ormai i sostenitori dell'assurdità del problema sono davvero pochi. Questo però non vuol dire che le soluzioni siano ormai a portata di mano e generalmente approvate.

Diverse sono le interpretazioni dei risultati del vertice di Durban che si è concluso dopo una seduta fiume di 36 ore con la firma di un accordo “imperfetto”, come è stato definito da Maite Nkoana-Mashabane, ministro degli Esteri sudafricano e presidente dell'assemblea.

Imperfetto perchè rappresenta comunque un compromesso ma significativo in quanto costituisce un passo in avanti negli accordi multilaterali, sia perchè ha messo ancor più in evidenza (qualora ve ne fosse bisogno) le posizioni negative di alcuni stati responsabili di un'alta percentuale dell'inquinamento da CO2 ma anche perchè ha reso pubblica l'idea che l'unanimità non è in fondo indispensabile e che è molto meglio un accordo tra una maggioranza di paesi che un accordo mancato all'unanimità.

Si è trovato infatti l'accordo su un piano che dovrà in futuro impegnare tutti i paesi e che dovrà essere definito entro il 2015 per entrare in opera nel 2020.

Certo, il punto di vista delle ONG e delle associazioni ambientaliste è più negativo poiché avrebbero desiderato un accordo più cogente ed immediatamente efficace ma bisogna anche tenere conto delle difficoltà rappresentate dalla fortissima opposizione degli Stati Uniti (la cui amministrazione non può permettersi di inimicarsi una parte degli elettori ad un anno dalle presidenziali), dell'India, del Brasile e delle Filippine. Frontalmente contrapposti a questi paesi ci sono invece l'Europa, le piccole isole, una buona parte dei governi africani e dell'America Latina.

Peculiare, inoltre, la posizione della Cina che, seppure anch'essa si collochi tra gli oppositori estremi di ogni patto vincolante, ha evidenziato in questa occasione una volontà che in realtà si muove piuttosto in direzione opposta. Gli investimenti nelle rinnovabili, le attività svolte contro l'inquinamento nel proprio paese, i due milioni di auto elettriche previste in un prossimo futuro non sono certo i comportamenti di un paese che rifiuta radicalmente di agire contro il cambiamento climatico. Ed in effetti, la sua posizione è stata un po' la sorpresa di questo vertice, visto che si tratta anche di uno dei paesi responsabili della maggiore produzione di CO2 al mondo. Contraria dunque alle imposizioni esterne ma non contraria ad una modificazione della propria politica interna generata da un input indipendente ed autonomo.

Certamente la situazione non è semplice e le analisi ed i punti di vista possono essere molteplici. Certo è che il mondo non può permettersi, non soltanto in termini di salute e di etica ma neanche economici, l'aumento della temperatura di 3 o addirittura di 4 gradi. Rientrare entro i 2 gradi di aumento massimo non è soltanto auspicabile ma indispensabile.

L'Europa, dunque, rappresentata da Connie Hedegaard, commissaria europea per il clima, insieme ai paesi emergenti, è stata uno dei grandi protagonisti del vertice. E questa volta anche l'Italia si è trovata al fianco degli altri paesi europei anziché svolgere quel ruolo di freno che il precedente governo le aveva imposto.

Quali sono in particolare i punti principali del patto uscito da Durban?

  • Estensione del Protocollo di Kyoto oltre la sua scadenza a fine 2012 come ponte verso l'accordo globale. Restano fuori Canada, Giappone e Russia

  • Piattaforma d'azione di Durban: negoziati destinati a definire il nuovo protocollo giuridicamente vincolante che dovrà essere deciso nel 2015 per entrare in vigore nel 2020

  • Su richiesta della Ue e dell'Alleanza dei piccoli Stati insulari (Aosis), avvio di un piano di lavoro per aumentare i livelli di ambizione nella riduzione delle emissioni di gas serra

  • Disposizione per rendere più trasparenti le azioni intraprese dai paesi in via di sviluppo

  • Definizione di un Fondo Verde fino a 100 miliardi di dollari per sostenere le nazioni più povere. Una sconfitta del vertice è la mancata definizione della fonte di finanziamento del fondo

  • Via libera a meccanismi per la protezione delle foreste, trasferimento di tecnologie e misure sull'adattamento. I risparmi di emissione della cattura e dello stoccaggio della CO2 sono stati inclusi nel conteggio del credito nel mercato delle emissioni.

"L'accordo, che supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale, offre all'Europa la possibilità di costituire, con le grandi economie emergenti di Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica, la piattaforma per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie e dei sistemi in grado di assicurare nello stesso tempo la crescita economica e la riduzione delle emissioni. Questo è il nuovo fronte della competitività". Sono parole del ministro dell'Ambiente Corrado Clini a commento dei risultati della Conferenza di Durban. Il ministro ha poi aggiunto: "L'Italia è nel gruppo di testa dei Paesi che hanno voluto l'accordo di Durban, ed ora siamo impegnati a dare seguito all'accordo nelle politiche nazionali, nella nostra partecipazione alle decisioni europee. Il primo impegno in questa direzione è il pieno appoggio alla rapida approvazione delle direttive europee sull'efficienza energetica e sulla fiscalità energetica, per assicurare condizioni favorevoli di mercato per lo sviluppo e la disseminazione delle tecnologie energetiche a basso contenuto di carbonio. Il secondo impegno è la revisione del Piano nazionale per la riduzione delle emissioni, e della strategia italiana per lo sviluppo sostenibile, approvate nel 2002, che presenterò al Cipe entro il 15 gennaio. E tra gennaio e marzo ho già in programma due missioni in Brasile e Cina per rafforzare la cooperazione già in corso. Mentre sempre in marzo incontrerò a Roma Edna Molewa, ministro dell'Ambiente del Sudafrica per lanciare un programma comune per lo sviluppo sostenibile di quel Paese. Infine, come Paese fondatore del Green Climate Fund avvierò quanto prima una iniziativa per valorizzare le importanti risorse che il ministero dell'Ambiente ha destinato negli anni scorsi a programmi comuni con la Banca Mondiale e che ora risultano strategiche per assicurare al nostro paese un ruolo di leadership".

Un cambiamento di rotta importante per le politiche ambientali italiane, cambiamento che ci auguriamo si concretizzerà presto non soltanto in termini di rapporti internazionali ma anche di sviluppo nazionale.

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