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A che punto è veramente l'Italia nella riqualificazione energetica degli edifici esistenti?
Qual'è realmente la situazione dell'Italia in relazione alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, quanto si sta investendo e cosa si fa per le nuove costruzioni perché non diventino anch'esse, in breve tempo, patrimonio edilizio da ristrutturare?

Immagine di repertorio
Il sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico Stefano Saglia, nella risposta ad un'interrogazione della deputato Elisabetta Zamparutti afferma: “l'Italia ha posto al centro della politica per l'efficienza energetica, la riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente”. Questa affermazione ci offre lo spunto per una breve riflessione sulla situazione italiana, per come viene presentata e per come è.

È un fatto che al comparto edile sia da attribuire oltre il 35% dei consumi di energia (secondo alcuni autori fino al 40%), ed un analogo tenore di emissioni di CO2.

È un fatto che le nuove costruzioni costituiscano l’1% del comparto, il che significa che ogni anno si costruisce una quota di nuova edilizia pari a circa l’1% dell’esistente.

È un fatto che, in Italia, oltre l’80% del patrimonio edilizio presenti consumi mediamente superiori di circa 5/6 volte a quelli di un edificio in classe A, ed è un fatto che un edificio in classe A presenti consumi largamente superiori a quelli previsti dalla Direttiva 2010/31/CE per le nuove costruzioni (prossimi allo zero – standard casa passiva).

Concentrarsi sul risanamento energetico degli edifici esistenti rappresenta, pertanto, un atteggiamento corretto da parte del legislatore, ma è quanto previsto dalla Direttiva sopra richiamata.

C’è da osservare tuttavia, come sia altrettanto importante prevedere prestazioni energetiche elevate anche e soprattutto per i nuovi edifici i quali, in caso contrario ed anno dopo anno com’è stato finora, andranno ad aggiungersi al totale degli edifici da risanare energeticamente.

L’aver posto la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente al centro della politica energetica italiana sarebbe testimoniato, in via prevalente da due fatti:

  1. L’emanazione dei provvedimenti di legge che attuano la Direttiva 2002/91/CE relativa alla certificazione energetica degli edifici;

  1. L’aver introdotto nei suddetti provvedimenti dei requisiti minimi obbligatori per tutti gli interventi di ristrutturazione.

Quanto al primo punto si tratta del recepimento obbligatorio, tardivo ed incompleto a tutt’oggi, di una Direttiva comunitaria.

Quanto al secondo punto si tratta, in effetti, dell’introduzione di misure innovative rispetto alla Direttiva stessa, misure comunque contenute nella successiva 2010/31/CE.

Il vero problema rimane però quello del sistema dei controlli ed incentivi: il bastone e la carota.

Chi controlla, o controllerà, la corretta attuazione delle misure previste in questi provvedimenti ed in quelli di prossima adozione?

La dequalificazione del sistema della certificazione energetica degli edifici introdotta univocamente dal legislatore italiano, in uno con la scarsa qualificazione professionale richiesta ai tecnici, rende la verifica incerta se non impossibile. Gli uffici pubblici deputati all’effettuazione dei controlli ex-post, inoltre, non saranno in grado di verificare alcunché a lavori conclusi. E ciò vale sia per gli interventi di riqualificazione energetica come per gli edifici di nuova costruzione.

Il sistema degli incentivi previsto dal legislatore italiano si limita alla deduzione fiscale dei costi sostenuti per gli interventi di riqualificazione energetica, senza alcuna verifica costi-benefici sugli interventi, mentre nulla è previsto per i nuovi edifici energeticamente virtuosi.

Se solo gli “sprechi” dovuti all’inefficienza energetica del patrimonio edilizio (stimata attorno al 45%) valgono da 7 ad 8 miliardi di euro l’anno solo in Italia, come risulta da molti studi e ricerche - quanto una mezza manovra finanziaria recuperabile investendo sull’efficienza (ovvero finanziandola), se la riduzione di tali sprechi comporta il taglio di una quota importante di CO2 ed una migliore qualità della vita e dell’ambiente, se ciò rappresenta realmente un obbiettivo strategico della politica ambientale, allora le misure previste non sono adeguate.

Non lo sono da un punto di vista normativo, configurando un quadro caotico ed incerto, non lo sono da un punto di vista dei controlli, con un sistema dequalificato e inattuabile, non lo sono da un punto di vista degli incentivi, essendo la sola leva fiscale (per di più continuamente in discussione) del tutto inadeguata a stimolare una dimensione di interventi adeguata agli obbiettivi reali.

E pensare che finanziando la riqualificazione energetica degli edifici esistenti e la sola costruzione di nuovi edifici ad altissima efficienza, oltre ai risparmi sopra appena accennati, si genererebbe un indotto stimato (a livello europeo) in un milione di nuovi posti di lavoro nel settore edile, settore che attraversa la più grave crisi strutturale di sempre.

Come al solito, ed al di là delle parole, non possiamo non convenire con Tomasi di Lampedusa che nel nostro paese risulta sempre preferibile “un male sperimentato che un bene ignoto”.

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