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A che punto è l'edilizia sostenibile?
Attraverso un'intervista all'architetto Francesco Masciarelli, esperto del settore e nostro collaboratore, facciamo il punto sulla situazione dell'edilizia sostenibile in Italia alla fine del 2011

Arch. Francesco Masciarelli
Arch. Francesco Masciarelli
Nel corso di questo ultimo anno l’attenzione dei media in direzione dell’edilizia sostenibile, anche se più strettamente legata alle pagine specializzate, sembra essersi un po’ accentuata. Quello che manca, però, è un’informazione concreta sulla situazione attuale dell’Italia. Aldilà delle eccellenze oggetto di articoli e, purtroppo, ancora semplicemente curiosità, qual'è il quotidiano dell’edilizia sostenibile in Italia?

Frammentato in rivoli ed episodi occasionali, iniziative locali e di singoli che non riescono, e non possono o vogliono “fare sistema”. A cominciare dai diversi protocolli di certificazione (LEED, ITACA, SB100, etc) ognuno portatore di una sua verità (classe GOLD, A/A+ o altro), che contribuiscono a configurare un quadro di riferimento incerto e confuso, dove chi ha più potere di “moral suasion” (leggi capacità di fare “lobby”) ha più chance di colonizzare un territorio (ancora) vergine. Con tutte le relative implicazioni politiche ed economiche.

Pochi e confusi i riferimenti normativi, dispersi in molteplici interpretazioni regionali e comunali che nemmeno ITACA (che il povero Ulisse farà certo molta fatica a ritrovare, con buona pace di Omero) – il protocollo adottato da alcune Regioni italiane – riesce ad uniformare.

Avanti in ordine sparso quindi ed ognuno, rigorosamente, per fatti suoi.

In questo senso il quotidiano dell’edilizia sostenibile in Italia non è molto diverso, e questa non è certo una consolazione, dal quotidiano di tanti altri settori.

 

Un privato che voglia fare un salto di qualità nel suo abitare e voglia scegliere una casa, o un appartamento, sostenibile, dove può trovare informazioni?

Informazioni commerciali, direi, un po’ dappertutto.

Quanto alla certezza che a queste informazioni “promozionali” corrispondano dei contenuti effettivi in termini di sostenibilità, direi che ce ne corre.

 

Stai dicendo che la promozione di nuovi complessi residenziali definiti “ecologici” non corrisponde necessariamente al vero? E se è così come ci si può difendere da quelle che sembrano essere vere e proprie truffe?

Voglio dire che, stante l’incerta definizione normativa e tecnico-scientifica su cosa possa esattamente definirsi come edilizia ecologica e/o sostenibile, è necessario fare almeno riferimento (in via cautelare) alla presenza di qualche tipo di certificazione riconosciuta a livello internazionale o nazionale (LEED, ITACA, SB100, etc).

In assenza di una certificazione ufficiale, diventa difficile “parlare” di edifici ecologici: in pratica ci si rimette “in toto” alla parola ed alla buona fede del venditore.

Cosa che al di là di qualunque considerazione di carattere personale, non è consigliabile in sé. Occorre tuttavia precisare che non mi risulta che la promozione di edifici definiti come “ecologici” o “sostenibili”, pur in assenza di un certificato ufficiale, sia vietata da qualche norma. Pertanto, ed in assenza di chiari riferimento normativi al riguardo, per poter parlare di “vere e proprie truffe” si dovrebbe dimostrare la volontà del venditore di promuovere un prodotto che sicuramente non ha le caratteristiche propagandate.

Meglio quindi, se si vuole acquistare un immobile ecologico e sostenibile, affidarsi ad un professionista di provata esperienza nel settore che ne verifichi tutte le caratteristiche relative.

Anche nel caso, mi sentirei di aggiungere, di immobili dotati di certificato.

 

Ma allora a che punto è la certificazione delle abitazioni in Italia?

Oscar Wilde diceva che una domanda non è mai indiscreta, mentre può esserlo la risposta.

In questo caso si tratta piuttosto di un risposta fastidiosa, sgradevole e, forse, antipatica.

Mi spiego meglio.

Ogni volta che ci si trova di fronte alla necessità di rendere chiaro ed esplicito, ad un consumatore, il contenuto di ciò che è in procinto di acquistare sembra che il legislatore si ponga in una posizione di prudente difesa di interessi “prevalenti” (che raramente coincidono con quelli del consumatore, o utente finale).

E questo è certamente un problema italiano, ma non esclusivamente tale.

Se poi il prodotto di cui si parla è un prodotto complesso, come può esserlo un edificio (per di più ecologico o sostenibile), la cosa diventa ancora più difficile: in un edificio, infatti, quello che conta davvero non è più visibile ad opere ultimate.

Senza il supporto di un’adeguata documentazione tecnica che attesti la qualità del costruito, attraverso check e controlli durante le fasi principali del cantiere, sarà molto difficile poter stabilire i reali contenuti del prodotto acquistato.

Ed un certificato così fatto (mi riferisco qui alle molte esperienze relative alla certificazione energetica) avrebbe costi molto elevati, per via del tempo necessario a redigerlo, costi che il mercato non è disposto a sostenere.

In sintesi il certificato viene visto come un adempimento soprattutto burocratico, privo di reali informazioni sulle caratteristiche qualitative del bene certificato e, per conseguenza, privo di una reale utilità.

Facendo di nuovo un paragone con il certificato energetico, che soffre dei medesimi problemi, potremmo affermare che, per essere certi di quale sia la reale situazione dei consumi di energia dell’edificio acquistato saremo costretti ad aspettare le bollette energetiche.

Con possibili spiacevoli sorprese e, in questo caso quindi, con buona pace del significato stesso del certificato.

Non si può non osservare, tristemente, come tutto ciò sembri funzionale ad una volontà, “gattopardiana”, di introdurre innovazioni (imposte dalla EU, ovviamente) che abbiano la peculiare caratteristica di lasciare le cose il più possibile come sono.

 

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che l’edilizia sostenibile sia un gioco per ricchi e non una realtà per tutti. È possibile smentire una simile credenza con poche parole?

L’edilizia sostenibile non è un gioco (per ricchi o per poveri) e nemmeno una realtà (certo non ancora). È un’imprescindibile necessità che rappresenta l’unico possibile futuro del mondo, e di quello delle costruzioni in particolare.

Se si vuole che un mondo ci sia ancora, naturalmente.

 

Un giovane studente di architettura può, al giorno d’oggi, ignorare nei suoi studi le tecniche dell’edilizia sostenibile? Le nostre università offrono una risposta adeguata all’esigenza? E se invece volesse approfondire, dove può farlo?

No, non può se intende occuparsi di edilizia (civile o industriale che sia).

Le università italiane non offrono granché al riguardo, mentre alcuni Enti certificatori propongono corsi di specializzazione finalizzati a promuovere il proprio modello.

Il suggerimento che mi sento di dare ad uno studente alla fine del proprio corso di studi, in un momento storico in cui il quadro dell’edilizia sostenibile è decisamente in via di composizione e non è possibile avere punti di riferimento certi, è quello di mantenere occhi e mente aperti.

Fare esperienza teorica - conoscenza - e pratica - cantiere - di approcci diversi.

Un’esperienza non troppo vincolata a modelli precostituiti oggi che, domani, potrebbero rivelarsi non vincenti.

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