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La verde Cina
Da molti anni il paese del Sole levante è alle cronache per il suo alto tasso di inquinamento. Ma eolico ed energie rinnovabili sono diventati, a sorpresa, un’importante voce degli investimenti cinesi in campo energetico

Pala eolica
L’incidente alla centrale nucleare di Fukushima nel 2011 si può ormai dire che abbia segnato un vero e proprio spartiacque nelle politiche energetiche mondiali che finalmente hanno cominciato a riconoscere nelle energie alternative un potenziale reale e non soltanto un obiettivo idealistico.

È come se quell’incidente avesse rimesso sotto la lente di ingrandimento i rischi del nucleare ma soprattutto avesse illuminato i problemi legati all’inquinamento e al reperimento delle materie prime (fossili o uranio).

E così il 2012 ha offerto alcuni dati che evidenziano una volontà politica di cambiamento in moltissimi paesi, anche se a fronte di un “raffreddamento” di altri.

Nel corso dell’anno si sono installati nel mondo 100 gigawatts di pannelli fotovoltaici con una crescita importante: +42% ovvero 3 gigawatt supplementari in un anno. Di meglio si era fatto solo nel 2011. Analizzando paese per paese si nota un rallentamento del vecchio continente che, pur rimanendo il primo mercato mondiale del fotovoltaico, ha visto però l’installazione di 17 gigawatt contro i 23 dell’anno precedente. Solo paese in netta crescita, la Germania.

In crescita però gli altri mercati con 13 gigawatt installati rispetto agli 8 gigawatt del 2011. Paesi principali: Giappone, Stati Uniti e – sorpresa – Cina.

Passiamo a guardare i risultati dell’eolico. Per questa fonte energetica gli ultimi tre anni non erano stati eccelsi ma il 2012 ha segnato una netta ripresa con 44,7 gigawatt installati ovvero una crescita del 18%. La potenza eolica mondiale, così, raggiunge i 282 gigawatt superando di tre volte quello che era solo cinque anni fa. Ovvero l’equivalente a piena potenza di 175 reattori nucleari, di 60 reattori se si tiene conto della discontinuità produttiva.

Ma quello che è soprattutto interessante sono le zone di installazione che si possono identificare sostanzialmente in 3 grandi aree. E qui abbiamo di nuovo la sorpresa: prima di queste aree è di nuovo la Cina con 13.2 gigawatt ovvero il 30% di questa nuova capacità. Una vera sorpresa per un paese che fin qui ha legato la sua crescita soprattutto al carbone ed al nucleare e che sembrava dare netta predominanza all’esigenza di crescita produttiva rispetto all’evoluzione in direzione di un maggior rispetto ambientale. L’eolico diventa così la terza risorsa energetica del paese, superando anche il nucleare, dopo carbone e termoelettrico/idroelettrico.

Una tabella dell’Earth Policy Institute mostra come il nucleare sia in crescita costante in Cina dal 2000 ma con un picco incredibile di crescita dell’eolico a partire dal 2007 che ha portato questa risorsa energetica da un livello prossimo allo zero del 2005 a superare il nucleare nel 2012. In termini numerici, il nucleare è cresciuto dal 2007 del 10% annuo mentre l’eolico dell’80% annuo.

L’impegno della Cina nel settore delle rinnovabili l’ha condotta nel 2012 a conquistare il titolo di campione mondiale degli investimenti nelle energie verdi con 50 miliardi di euro, proprio mentre in termini di investimenti nel mondo si è visto un calo dell’11%. Impegno che prosegue in una pianificazione serrata di crescita di impianti che dovrebbe portare l’eolico cinese a raggiungere i 200.000 megawatt nel 2020.

Un neo, però, in questo bel panorama esiste. Si è creato, infatti, in questi anni in Cina un gap tra l’installazione di impianti e la possibilità di collegarli alla rete elettrica nazionale. Questo gap causerebbe una significativa perdita dell’energia potenzialmente utilizzabile.

Secondo un articolo del “Quotidiano del Popolo”, giornale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, la causa di questo gap andrebbe ricercata nell’influenza della lobby del carbone, decisamente avversa a questa crescita.

Intanto però l’eolico cinese cresce, seguito a brevissima distanza dagli Stati Uniti (29%, 13.1 GW), dall’Unione Europea (26%, 11.6 GW), dall’India (5%, 2.3 GW), dal Brasile (2.4%, 1.1 GW) e dal Canada (2.1%, 0.9 GW). Va però considerato il complessivo calo degli investimenti negli Stati Uniti, dove l’incertezza sugli aiuti pubblici a eolico e fotovoltaico sommata alla concorrenza dei gas di scisto hanno portato ad un calo degli investimenti nel settore del 32%.

Ultima constatazione: il cambiamento delle percentuali di investimento ha condotto anche ad un cambiamento nella graduatoria delle imprese. Vestas, gigante danese del settore, ha infatti perso la prima posizione che deteneva ininterrottamente dal 2000 a favore di GE, in terza posizione le tedesche Siemens e Enercon seguite dall’indiana Suzlon. Mentre nella seconda metà della top ten appaiono ben quattro imprese cinesi (Goldwind, United Power, Sinovel et Myngiang). (Dati derivanti da uno studio preliminare del gabinetto specializzato Navigant). 

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