| ANNO I I - NUMERO 5 | Giugno 2010 |
Come ormai è diventata nostra prassi anche in giugno il nuovo numero di ACTAS esce agli sgoccioli del mese ma questa nuova scadenza di pubblicazione ci consente di seguire con maggiore attenzione e sollecitudine gli avvenimenti. Ed in effetti in questo numero troverete diversi articoli che trattano di avvenimenti di cronaca o di politica strettamente collegati al mese in corso, sia per quanto riguarda l'ambiente che la sicurezza.
Riportiamo la sintesi delle relazioni presentate in occasione del seminario di aggiornamento per RSPP organizzato nell'ambito della convenzione con il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell'Università di Perugia.
Le sintesi riguardano gli interventi dei relatori: avv. Lorenzo FANTINI (Ministero del Lavoro - Direzione Generale della tutela delle condizioni di lavoro - Dirigente Divisioni III - Promozione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e VI - Disciplina in materia di prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro), dott. Fulvio D'ORSI (Coordinatore del "Comitato Tecnico Interregionale per la guida operativa sulla valutazione dei rischi da stress lavorocorrelato". Direttore SPRESAL ASL Roma C.), dott.ssa Emanuela FATTORINI (ISPESL - coordinatrice del Network Nazionale per la Prevenzione del Disagio Psicosociale nei Luoghi di Lavoro)
Sono stati pubblicati il 3 giugno scorso i nuovi dati provenienti dall'Indagine Europea fra le Imprese sui Rischi Nuovi ed Emergenti (ESENER) ed hanno immediatamente suscitato grande interesse. L'indagine è stata condotta nella primavera 2009 da TNS Infratest ed ha coinvolto 31 paesi europei ovvero tutti i 27 stati membri più la Croazia, la Turchia, la Norvegia e la Svizzera. Per realizzarla sono state condotte 36.000 interviste con dirigenti e rappresentanti per la salute e la sicurezza in imprese con dieci o più dipendenti di organizzazioni sia private che pubbliche in tutti i settori (tranne l'agricoltura, la silvicoltura e la pesca). Ha concentrato la propria analisi sulle opinioni di dirigenti e di rappresentanti dei lavoratori di tutta Europa per fornire informazioni fondamentali su come le imprese europee gestiscono attualmente le questioni legate alla salute e alla sicurezza, incentrandosi in modo particolare su rischi psicosociali relativamente nuovi, quali stress legato al lavoro, violenza e bullismo.
Cari amici, cari colleghi e cari lettori occasionali della rivista che generosamente mi ospita, mi tocca, ancora una volta, porre l'accento sul debole impianto normativo che presiede i rapporti di lavoro, o del lavoro, con quel " fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività " - art. 32 costituzione - che è, o dovrebbe essere, la salute. Quando parlo di debolezza dell'impianto normativo, non mi riferisco tanto all'insieme di norme o di disposizioni da applicare nei luoghi di lavoro, migliorabili come qualunque altra cosa, in qualunque momento, attraverso un'azione diretta, ma casomai ai meccanismi che nello stesso impianto normativo sono predisposti alla reale applicazione delle norme enunciate e predicate.
Percorrendo l'autostrada tedesca nei pressi di Friburgo ci si imbatte in un'isolata pala eolica alla base della quale non si può non notare un grande logo aziendale che può suscitare stupore in abbinamento all'energia pulita. Si tratta del logo di una delle principali multinazionali americane del petrolio. Il contrasto in realtà è solo apparente perchè le grandi compagnie petrolifere stanno investendo ingenti cifre nello sviluppo delle fonti rinnovabili. Certamente parte di tale impegno trae origine da ragioni di natura promozionale e di salvaguardia dell'immagine di un settore merceologico sempre più soggetto a feroci critiche ma le cifre in gioco indicano anche la volontà di essere pronti ai futuri cambiamenti del mercato dell'energia e di mantenere una posizione di leadership.
Rispettare l'obiettivo dell'Unione Europea di ridurre le emissioni inquinanti del 20% entro il 2020 è arduo. Anzi no. Ci si potrebbe spingere fino al 30%. In tema di ambiente e di economia ambientale accade, probabilmente più che in altri settori, che le previsioni si discostino dalla realtà e viene da pensare che parlando di riscaldamento climatico e quindi di atmosfera sia normale ricadere nelle abituali incertezze delle previsioni meteo anche quando si parla di economia. Se da un lato accade sempre più di frequente che le stime pessimistiche sugli effetti del riscaldamento globale siano superate, in peggio, dalla realtà, i dati e le valutazioni dell'Agenzia Europea per l'Ambiente e della Commissione Europea ci consentono di aprirci, parzialmente, all'ottimismo.
Si intitola "Impatti ambientali del consumo e della produzione: principali prodotti e materiali" la relazione elaborata dalla Commissione Europea insieme al Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP - United Nations Environment Programme) e presentata ai primi di giugno che definisce, in 149 pagine, le priorità, fondate su basi scientifiche, che l'azione mondiale in campo ambientale deve porsi partendo dalla classificazione di prodotti, materiali, attività economiche e modi di vita in funzione del loro impatto su risorse e ambiente. Dalla sua stesura sono apparse evidenti alcune importanti considerazioni che conducono a prendere seriamente in considerazione la necessità di un mutamento radicale del modo in cui le principali economie utilizzano le risorse rare.

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